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Assalto al cielo (fallito)
Magistratura e società / cinema e letteratura
Assalto al cielo (fallito)
di Andrea Meccia
Giornalista e scrittore
Nel documentario presentato all'ultimo Festival di Venezia, Francesco Munzi tenta un'operazione rischiosa e interessante: realizzare un film lavorando soltanto su materiale di archivio. L'opera che viene fuori però risulta piatta e poco convincente, senza che emerga mai il punto di vista di chi l'ha realizzata

Francesco Munzi, classe 1969, è un talentuoso regista italiano. Con il tenebroso Anime Nere (2014) era riuscito a raccontare con efficacia e sensibilità l’universo antropologico e culturale della ‘ndrangheta, la mafia italiana storicamente meno raccontata dall’industria culturale.

All’ultimo Festival di Venezia (sezione Fuori Concorso), Munzi ha presentato il documentario Assalto al cielo. Una operazione interessante: realizzare un film su un pezzo di storia italiana (il periodo compreso fra il ’67 e il ’77) senza sedersi dietro una macchina da presa, ma lavorando davanti ad uno schermo, selezionando e montando materiale di archivio (Luce, Rai Teche, AAMOD, Associazione Alberto Grifi, Cineteca di Bologna). 

La scelta di Munzi appare rischiosa, ma di grande fascino, potenzialmente in grado di donare allo spettatore e all’opinione pubblica una nuova immagine e una rinnovata interpretazione di quegli anni. Ma i pericoli non stanno tutti qui, nel comporre un film di montaggio con materiale di diversa provenienza risultando esteticamente poco interessanti, ma nel realizzare un’opera di carattere storico negando al pubblico le informazioni di contesto. 

Munzi rifiuta con forza eccessiva, quasi con timore, il didascalismo. Non ci sono riferimenti a luoghi e date. Ribaltata una delle caratteristiche dei film a sfondo storico/biografico: le didascalie contestualizzanti come artificio grafico/narrativo in grado di condurre lo spettatore (ignaro o meno della trama, questo non importa) nel cuore spazio/temporale della narrazione. Il film è diviso in tre momenti, come uno spartito musicale.

Il filo narrativo segue un ordine cronologico, un principio che pone sempre il racconto fra due punti netti di cesura, con il potere di trasformare le date in momenti periodizzanti.

Emiliano Morreale (La Repubblica) ha scritto che il film «non spiega e non giudica» e che «presuppone la conoscenza dei fatti». E proprio qui sta il problema di un’opera che risulta piatta e poco convincente, in cui il punto di vista di chi lo ha realizzato non viene mai fuori con energia, risultando quasi impalpabile.

Il contenuto nudo e puro di Assalto al cielo risulta comprensibile solo a chi quegli anni li ha studiati, li ha scandagliati nella loro visibilità o (peggio) di chi li ha vissuti.

Il pubblico ideale di Assalto al cielo è insomma un mix di addetti ai lavori e reduci di un’epoca la cui memoria collettiva appare ancora tempestosa e agitata, soprattutto laddove neofascisti e ambigui apparati dello Stato si sono dedicati a un’attività eversiva che mirava a indebolire lo Stato democratico, mettendo in crisi il rapporto fra cittadini e istituzioni. Ma, complessivamente, anche il materiale fatto rivivere da Munzi non sembra del tutto convincente.

Se è stata rigettata (giustamente) l’etichetta anni di piombo per un decennio troppo compresso su questa definizione, cosa sono stati quegli anni? Impossibile e non necessario raccontare tutto. Ma se non furono solo terrorismo, violenza e conformistica militanza, che idea dobbiamo averne oggi dopo aver visto Assalto al cielo? Perché il Movimento Studentesco, Autonomia Operaia e il raduno del Parco Lambro sono ridotti a macchiette e non a momenti collettivi che hanno segnato lo spirito di un’epoca? Dov’è la stagione dei diritti? Lo Statuto dei lavoratori (1970), il referendum sul divorzio (1974), la legge Basaglia e quella sull’aborto (1978), non sono pietre miliari di quegli anni come l’attentato di Piazza Fontana (1969) e di Piazza della Loggia (1974)? 

Munzi ha probabilmente letto e rielaborato il passato in modo imprudente, imbrigliato nelle forme della politica contemporanea, soprattutto nella costruzione del consenso (uso dei mass-media) e nelle forme di aggregazione collettiva.

Scriveva Jean Starobinski: “Se proietassimo (sul passato, ndr) senza alcuna cautela le nozioni che ci sono oggi familiari, (…) faremmo del passato un falso presente (…). Non possiamo fare a meno di parlare il linguaggio del nostro tempo, ma in compenso ci è possibile evitare di attribuire agli uomini del passato la tonalità affettiva della nostra esperienza presente”.

 
25 settembre 2016
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Fascicolo 2/2017
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