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“Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità”
Magistratura e società
“Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità”
di Paola Perrone
già presidente di Sezione della Corte d'appello di Torino
In questo libro-intervista, Gianrico Carofiglio parte da un valore che poi non abbandona: ogni soggetto politico deve essere consapevole del proprio agire e responsabile delle scelte che fa. Infatti «l’imperturbabilità» davanti al male «può essere una buona tecnica per il benessere personale ma non è un valore», mentre la sofferenza altrui, le discriminazioni, i grandi problemi del mondo dovrebbero essere sempre all’attenzione del politico e del cittadino, provocando in loro una «forma controllata di disagio» che li porta a scelte anche «compromissorie» pur di ottenere il risultato di attenuare quel male.
“Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità”

A livello mondiale viviamo nell’Età della rabbia: questo sentimento è più che mai diffuso ed è la conseguenza dell’aumento della differenza economica fra le varie classi sociali; il fenomeno non riguarda solo i Paesi poveri ma anche quelli occidentali ove fasce più o meno ampie di classe media si sono viste sospinte verso la soglia della precarietà e della povertà, anche se globalmente il Paese di appartenenza dava segni di ripresa. Tutto ciò ha influito non solo sull’orientamento politico delle cittadinanze ma, più in profondo, sull’atteggiamento del singolo cittadino nei confronti di tutto ciò (classe politica, media, accademia, scienza) che poteva essere assimilato o avvicinato alle cause di questa divaricazione sociale subìta. Dalla rabbia è nata la tentazione di reazioni emotive di opposizione preconcetta a tutto ciò che cercava di dare risposte complesse a una crisi economica complessa: imboccando scorciatoie semplici, quale la costruzione di muri che impedissero l’arrivo di immigrati (“che rubano il lavoro ai cittadini”), l’etichettatura come truffatori e delinquenti data a tutti i politici (“che rubano lo stipendio, fanno solo i propri interessi e sono dei fannulloni”), i giornalisti (“proni al potere, che danno resoconti falsi ed interessati degli avvenimenti”), gli scienziati (“la cui competenza è messa in dubbio perché interessata”), i medici (“asserviti alle grandi case farmaceutiche”), l’establishment in generale [1]. Questa rabbia diventa poi micidiale quando sfrutta le potenzialità digitali per creare una rete di relazioni (in realtà solo virtuali ed ingenuine); rete che diventa il luogo delle tante solitudini che esprimono anonimamente odio, complottismi e fake news, secondo un gioco solo apparentemente liberatorio, in realtà tanto potente e distruttivo da condurre a vere e proprie dipendenze.

In Italia, in ambiente progressista, a questo diffuso senso di rabbia si è sommata una frustrazione profonda sul piano politico, dopo il risultato delle ultime tornate elettorali, locali e nazionali: aver visto attuare politiche opinabili da parte del governo di centrosinistra, aver visto scemare inesorabilmente il suo consenso elettorale, aver assistito a scissioni che non hanno portato ad alcun rilancio politico su base progettuale, ha fatto scrivere a Marco Revelli a proposito dei risultati del 4 marzo:

«Non è una “sconfitta storica” come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un “esodo”. Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto. Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla cosi) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se ne è andata da sé» [2].

Ebbene. Chi vuole riprendersi da questa condizione di rabbia e sconforto dovrebbe leggere questo bel libro sui temi della politica e della verità di Gianrico Carofiglio, ex magistrato ed ex senatore Pd, che viene stimolato ad una intervista pacata, ragionata, ed in ultima analisi ottimista, da un giovane politologo, giornalista ed insegnante, Jacopo Rosatelli. Il sottotitolo di questo libro potrebbe essere Le virtù e i difetti del politico e del cittadino.

Carofiglio parte da un valore che poi non abbandona mai in tutto il corso della conversazione (mentre su altri valori fa eccezioni ed approfondimenti): ogni soggetto politico (sia il candidato o l’eletto in una competizione, sia il cittadino che vuole partecipare alla vita politica del suo Paese) deve essere consapevole del proprio agire, animato da spirito solidaristico e non egoistico, e responsabile delle scelte che fa. Infatti «l’imperturbabilità» davanti al male «può essere una buona tecnica per il benessere personale ma non è un valore», mentre la sofferenza altrui, le discriminazioni, i grandi problemi della fame e della guerra nel mondo dovrebbero essere sempre all’attenzione del politico e del cittadino, provocando in loro una «forma controllata di disagio» che li porta a scelte anche «compromissorie» pur di ottenere il risultato di attenuare quel male.

Ma attenzione: il compromesso di cui parla Carofiglio non è la rinuncia a valori, mancanza di onestà e di integrità morale, ma giusto il contrario: è sinonimo di vita che nella dialettica con gli altri cerca le soluzioni.

Deve trattarsi, ovviamente, di un compromesso trasparente, cioè spiegato, tanto da poter essere giudicato.

E qui si inserisce una altro grande tema (che riguarda il mondo della politica e della giurisdizione, ma in realtà secondo Carofiglio l’intero mondo delle relazioni umane): nella spiegazione delle proprie posizioni e scelte il politico deve adottare un «linguaggio onesto e comprensibile ai destinatari», non un gergo tecnico da casta e corporazione autoreferenziali, che allontanano e discriminano l’altro non permettendogli di fatto di comprendere e giudicare; ma neppure un linguaggio semplificatorio e manipolatorio, che dissimula le reali ragioni che lo animano.

Deve essere un linguaggio comprensibile ed anche onestamente efficace, capace di muovere le emozioni dell’ascoltatore evocando la storia del popolo e cioè le ragioni di appartenenza di ciascuno ad esso: e qui Carofiglio ricorda un passo del memorabile discorso pronunciato da Barack Obama nelle primarie del New Hampshire l’8 gennaio 2008: «Fu sussurrato dagli schiavi e dagli abolizionisti mentre tracciavano un sentiero verso la libertà attraverso la più buia delle notti. Sì, noi possiamo», dove l’epopea antischiavista nazionale viene evocata eticamente ed emotivamente come radice del popolo e strumento di avanzamento.

E qui Carofiglio si rammarica che in Italia nessuno dei politici parli più della nostra civiltà come nata dalla Resistenza.

Mettere i piedi nel fango, cioè trattare con altri di diverso orientamento in situazioni deteriorate per cercare insieme una soluzione, è il compito del politico: questo è il messaggio che Carofiglio dà al lettore. Il che non significa affatto deflettere da valori.

Mettere i piedi nel fango evoca l’opera dei volontari soccorritori quando una calamità investe parte del nostro territorio nazionale.

E, citando Gianni Cuperlo, mettere i piedi nel fango equivale a «essere radicali nei valori e nei principi, realisti al momento di confrontarsi con la prassi e con le condizioni concrete». Carofiglio fa qui la sua critica alle formazioni politiche che sono radicali non solo nei valori ma anche nei programmi: operando così, esse si destinano alla irrilevanza, perché su quei programmi troppo rigidi ed intransigenti non troveranno mai alleanze tali per poterli realizzare.

Mettere i piedi nel fango è anche dovere del cittadino elettore: che non deve astenersi alle elezioni se non si riconosce pienamente in nessuno dei partiti in lizza, ma deve invece operare una scelta di alto compromesso optando per il partito che più degli altri si avvicina alle sue posizioni: la cd. astensione attiva è, secondo l’autore, una deresponsabilizzazione che regala il voto spesso ai partiti più lontani da sé.

Su questo Carofiglio batte più volte: il cittadino che non vota per protesta, che urla in rete il suo odio e il suo rancore, che denuncia indimostrati complotti, protetto dall’anonimato, è un soggetto che non solo non contribuisce alla soluzione dei problemi ma che usa la rabbia e il preconcetto come schermi per celare la propria grave colpa di disinteresse totale rispetto ai problemi.

Ciò non toglie che il politico deve farsi carico di questi comportamenti emotivi e sterili, perché essi, pur espressi in maniera scomposta, possono nascondere delle ragioni, a volte legittime e reali. E qui viene in mente il razzismo per lo straniero non integrato espresso nelle nostre periferie urbane o nei piccoli centri ove sono state collocate collettività di migranti: il buon politico non deve cavalcare l’odio razziale e la facile scorciatoia dell’espulsione di massa, ma deve però anche capire il disagio del cittadino, spesso di fascia disagiata, davanti all’immagine di soggetti che lo Stato mantiene per lungo tempo in attesa di un permesso di soggiorno e che sono del tutto inattivi, se non a volte impegnati in attività illecite.

Si avverte forte nella lettura del libro la provenienza del suo autore non solo dalla politica ma anche dalla magistratura: non perché parli di ciò che ha fatto quale pubblico ministero (difetto ahimè presente in molti), ma perché l’ambiente e le regole processuali gli offrono spunti per esempi esplicativi dei concetti che propone al suo interlocutore.

Bisogna sempre dire la verità, secondo l’imperativo kantiano? No, quando la verità entra in conflitto con un valore ad essa superiore: e fa l’esempio (che ai cinefili evoca l’indimenticabile scena iniziale di Bastardi senza gloria di Tarantino) di colui che è chiamato dal nazista a dire se nasconda in casa una famiglia di ebrei; qui la bugia è frutto di un valore superiore a quello della verità, salvare vite umane. Più vicino a noi, c’è la regola processuale che autorizza gli ufficiali di polizia ad essere reticenti rispetto alla rivelazione delle loro fonti confidenziali: qui la verità cede il passo al valore superiore della possibilità di iniziare indagini per la repressione di reati. 

Su tutto svetta il culto che l’autore ha per il metodo dialettico usato come strumento di tolleranza per cogliere la verità, verità che a sua volta è lo strumento per arrivare alla soluzione di un problema; Carofiglio lo svela non solo partendo dalla sua esperienza politica ma anche da quella giudiziaria: dice che, in previsione di un’udienza, ai suoi giovani tirocinanti imponeva di perorare in maniera argomentata la posizione opposta a quella sua; solo da questo esercizio dialettico i giovani magistrati capivano il vero meccanismo del processo (che è confronto fra idee diverse) e l’importanza della motivazione. E aggiunge che a volte, davanti all’opposto argomentare, egli stesso modificava o affinava la propria decisione.

***

Si è esordito dicendo che ai pessimisti e ai disillusi la lettura di questo libro farebbe bene: lo dice lo stesso Carofiglio quando cita la frase di Georges Sorel – «L’avvenire appartiene ai non disillusi» – pensando ad un ruolo della politica che si occupi, «senza rassegnazione, della possibilità di un mondo diverso e migliore, un mondo di dignità, uguaglianza, solidarietà» il che è poi, in altre parole, quello descritto nel capoverso dell’art. 3 della nostra Costituzione.



[1] V. Pankaj Mishra, L’età della rabbia. Una storia al presente, Mondadori 2018 pubblicato in estratto su Internazionale del febbraio 2017.

[2] M. Revelli, La sinistra se n’è andata da sé, Il Manifesto, 10 marzo 2018.

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