1. Considerazioni introduttive
Dopo mesi di attesa, il momento decisivo è finalmente arrivato. Le elezioni federali tedesche, tenutesi il 23 febbraio, hanno suscitato un notevole interesse pubblico, non solo per le loro implicazioni nazionali, ma anche per il loro impatto sulla politica internazionale, portando alla più alta affluenza alle urne dal 1990. Se una forte partecipazione elettorale è segno dell’impegno pubblico nel plasmare il futuro del paese, i media principali sono attualmente impegnati a speculare sulla composizione del prossimo governo, che probabilmente vedrà Friedrich Merz (CDU) come nuovo Cancelliere.
Diverse analisi della distribuzione del voto hanno in larga parte sottovalutato un elemento fondamentale: il ruolo cruciale di coloro che, sebbene privi del diritto di voto, hanno indirettamente determinato il successo dell’Unione Cristiano-Democratica e di AfD. In tali forze politiche di destra, gli individui e le comunità senza cittadinanza tedesca, non rappresentate, sono emersi quale elemento strategico nelle campagne elettorali conservatrici. Facendo eco allo zeitgeist dominante del XXI secolo, entrambi i partiti hanno preso di mira l’immigrazione, presentandola come la più pressante tra le sfide per la Germania. Alla vigilia del giorno delle elezioni, il nazionalismo di estrema destra, l’islamofobia – manifestatasi come completa insensibilità nei confronti del genocidio palestinese – e una più ampia ostilità nei confronti delle minoranze di migranti e rifugiati hanno pesantemente influenzato lo scenario politico.
Come risultato, oggi coloro che sono privi di rappresentanza si trovano a fare i conti con ansia crescente per il futuro, poiché, nel corso della campagna elettorale, le loro vite sono state ulteriormente politicizzate e strumentalizzate, senza che essi avessero alcun modo di partecipare allo stesso processo democratico. Questa assenza di rappresentanza, che esclude intere comunità dalla partecipazione elettorale ponendole al tempo stesso al centro della propaganda xenofoba, è stata un tratto distintivo delle elezioni tedesche del 2025. Ciò costituisce un chiaro segno del fatto che dalla politica contemporanea, incapace di andare al di là di programmi iper-semplificati, dettati dalla paura, che non solo offrono risposte facili a questioni complesse, ma che deliberatamente ignorano le conseguenze per coloro che sono messi a tacere proprio da quel sistema che ne decide il destino, non si impara.
2. La lezione non appresa dalla politica contemporanea
Molto si è detto e molto ancora si discute all’indomani delle elezioni tedesche. Dall’endorsement pubblico di Elon Musk a AfD, che ha sospinto il partito di Alice Weidel ad un sorprendente 20,8%, al notevole declino del sostegno al partito del Cancelliere uscente Scholz, lo schieramento di centro-sinistra SPD, i risultati riflettono una tendenza globale: la crescente polarizzazione e spostamento a destra dell’elettorato. Se è vero che lo scenario politico tedesco ha le proprie specificità, una più ampia ottica internazionale rivela un andamento ricorrente: uno sforzo continuo di porre forzatamente al centro del discorso politico coloro privi di rappresentanza. Questi sono esattamente quegli individui che, nonostante siano privi del diritto di voto, sono al tempo stesso stigmatizzati e strumentalizzati per promuovere programmi nazionalisti.
La politica contemporanea mostra che le elezioni sono spesso vinte utilizzando abilmente i non-rappresentati come strumento politico. La retorica impiegata dai partiti di destra è stabilmente incentrata sull’immigrazione ed utilizza come capro espiatorio per incitare il sostegno degli elettori proprio coloro che, alle urne, non hanno voce in capitolo. Questa strategia non è solo specificamente tedesca. Prendiamo, ad esempio, Giorgia Meloni, Primo Ministro italiano e fervente alleato europeo di Donald Trump. Alle elezioni politiche del 2022, si è garantita la vittoria promettendo di fermare ad ogni costo l’immigrazione illegale. Eppure, al terzo anno di mandato, il suo piano di controllo delle frontiere fortemente pubblicizzato, non ha dato i risultati sperati. Vincoli pratici ed economici hanno reso impossibile dispiegare unità di guardia costiera lungo i confini marittimi italiani, senza tener conto al tempo stesso delle norme europee. Più recentemente, i ritardi e le incertezze giuridiche che coinvolgono l’istituzione dei centri per la detenzione dei migranti in Albania hanno ulteriormente disvelato le vuote promesse della sua propaganda. Collocando i non-rappresentati al cuore della politica italiana, il governo Meloni si è scontrato direttamente con la complessa realtà dell’immigrazione, che nessuno Stato può risolvere da solo.
Le conseguenze dell’utilizzazione delle comunità marginalizzate come pedine politiche non si limitano all’Europea continentale, come dimostra in modo evidente il Regno Unito post-Brexit. Il referendum del 2016 su “Leave or Remain” è stato presentato più come un dibattito sull’immigrazione che come una scelta di politica interna. Anni dopo, la vera complessità della Brexit si sta ancora disvelando, ma un risultato è chiaro: le politiche britanniche più severe nei confronti dell’immigrazione hanno frenato il mercato del lavoro e minato la stabilità economica. Quelle stesse persone che sono servite da capro espiatorio durante il referendum sono adesso visibilmente assenti dalla forza lavoro, un fatto, questo, che acuisce le difficoltà economiche del paese.
Nonostante l’emergere di questo schema, la Germania deve ancora afferrare la centralità dell’assenza di rappresentanza per la propria crisi politica. La maggioranza dell’elettorato ancora non riconosce quanto sia semplice parlare sopra voci che restano inascoltate, affrontando così problemi strutturali complessi attraverso narrative semplicistiche. Questo mancato riconoscimento dell’utilizzo di coloro che non sono rappresentati come armi politiche rivela una preoccupante complicazione: una riluttanza a superare gli approcci ripetutamente screditati dell'individualismo e dell'isolazionismo. Anziché ricercare proattivamente la cooperazione internazionale, le elezioni del 2025 hanno evidenziato quanto la retorica xenofoba e la politica dell’esclusione continuino ancora a dominare i dibattiti nazionali. La lezione ancora non è stata imparata.
3. Soluzioni facili a problemi complessi
Che ad attuarla siano Meloni, Farage, Trump, Merz, Weidel, o altri leader politici altrove nel mondo, la strategia è chiara: ridimensionare una delle più pressanti sfide globali del nostro tempo, regolamentare localmente l’immigrazione, attraverso soluzioni teoricamente facili che ignorano sia le voci che la capacità di agire di coloro che sono marginalizzati.
Un paradigma moderno di ciò può essere rintracciato nel “piano infallibile” del presidente degli Stati Uniti per risolvere la lotta palestinese per la pace e il riconoscimento internazionale. Come può il luogo di uno dei più spietati massacri della nostra epoca essere trasformato in un resort di lusso, come rappresentato in modo grottesco da un video generato dall’intelligenza artificiale e postato sui social media ufficiali di Trump? La chimera della “Riviera” è esattamente l’ultima e più semplice soluzione al problema dei non-rappresentati, che sono sia esclusi dall’esercizio della democrazia che violentemente spinti sotto la luce dei riflettori come condizione vincente per il consenso elettorale.
La svolta anti-immigrazione della Germania, presentata come questione di sicurezza sociale e identità nazionale, dev’essere compresa in questa dinamica globale. Alimentando le paure nei confronti dell’immigrazione, le élites conservatrici tedesche stanno utilizzando una classica strategia del “divide et impera”, seminando discordia nell’elettorato per consolidare il proprio potere politico. Questa tattica distoglie la frustrazione pubblica dalle disuguaglianze sistemiche per reindirizzarla verso le comunità marginalizzate, consentendo così alla classe dirigente di mantenere il controllo evitando di essere sottoposti alla verifica delle proprie responsabilità per più ampie problematiche economiche e sociali. Le elezioni del 2025 sono diventate una corsa ad offrire le risposte più semplici, che manipolano l’elettorato in modo da fargli credere negli interessi elitari che spingono per rendere più profonde le fratture all’interno della variegata società tedesca.
Al di là degli slogan provocatori e dei termini accattivanti in voga attualmente, restano delle questioni fondamentali: come può il progetto “Remigration” veramente risolvere la situazione del paese quando la sua esecuzione pratica è manifestamente viziata? Improvvisamente tutti coloro con un cognome non tedesco riceveranno via posta un biglietto aereo che li rispedisce “indietro” da ovunque provengano? È evidente che la Germania non può permettersi una simile politica, da un punto di vista né logistico né economico. Eppure questa vuota retorica offre una via di fuga dal confronto con la realtà dell’immigrazione. In definitiva, non tiene in considerazione le conseguenze concretissime per coloro che non hanno diritto a partecipare al processo democratico e che, tuttavia, continuano ad essere al cuore di queste narrative di esclusione.
4. Le conseguenze per le persone marginalizzate
Sebbene prive di diritto di voto, le comunità migranti e rifugiate sono diventate centrali nella narrazione politica dominante tedesca, che le ritrae come minacce alla sicurezza nazionale e simboli di declino sociale. La loro presenza è stata sfruttata dai partiti di destra per compattare i propri sostenitori, mediante l’uso di tattiche allarmistiche che rappresentano questi gruppi marginali come causa prima di difficoltà economiche e instabilità sociale. Questa crisi artefatta non solo distoglie l’attenzione del pubblico dai fallimenti del sistema, ma rafforza i programmi nazionalisti, rendendo essenziali, per le strategie politiche di coloro che detengono il potere, i non-rappresentati. In ultima analisi, la loro visibilità forzata all’interno della propaganda xenofoba attribuisce loro un’influenza inquietante, radicata non nella loro capacità di agire, ma nel loro sfruttamento come strumenti politici. Ecco rivelarsi il paradosso: coloro che forse hanno esercitato la maggiore influenza sulle intenzioni di voto sono al tempo stesso esclusi e strumentalizzati dal dibattito politico che ha plasmato le elezioni tedesche del 2025.
La mancanza di rappresentanza politica alimenta un pregiudizio condiviso preoccupante, che si traduce in schemi discriminatori visibili e tangibili nei confronti di quei gruppi e non solo esistono ma che contribuiscono attivamente alla società tedesca. Che ci si riferisca a persone che rischiano la propria vita per un futuro migliore o che abbiano maggior libertà di movimento, la Germania esiste e può esistere solo con le proprie minoranze. Il paese è sempre stato definito dai propri migranti e minare la sua realtà multiculturale e globalizzata è al tempo stesso fuorviante ed assurdo.
Dal momento che la formazione del nuovo governo impatterà inevitabilmente su milioni di persone, è oggi più essenziale che mai spingere attivamente per un sistema di rappresentanza più equo. Immaginate di dovervi lasciare alle spalle la vostra vita, inseguendo disperatamente la sopravvivenza e nuove opportunità. Immaginate di mettervi in salvo dalla guerra, dal controllo, dall’oppressione, imbarcandovi per un viaggio senza garanzia di arrivo sicuro, come molti si trovano a vivere quotidianamente. Immaginate la lotta per trovare una sistemazione, per integrarsi e diventare parte della società tedesca, per poi trovarsi ad affrontare le conseguenze continue della marginalizzazione, mentre si è paradossalmente invisibili eppure trascinati al cuore stesso della politica. Queste sono le storie, ricorrenti eppure eccezionali, che dovrebbero catturare l’attenzione pubblica ed esigere azione, spingendo i privilegiati ad amplificare queste voci più forte che mai.
Se la Germania vuole veramente progredire, deve abbandonare le comode illusioni di soluzioni semplicistiche e iniziare ad affrontare la questione in maniera strutturale. Ciò significa riconoscere le persone non rappresentate non come capri espiatori, ma come soggetti che contribuiscono in modo essenziale alla società: individui dotati di autonomia, dignità, e diritto di essere ascoltati.