Magistratura democratica
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Prima lezione sulla giustizia penale

di Nello Rossi
direttore di Questione Giustizia

Riflessioni a partire dal volume di Glauco Giostra (2a ed., Laterza, 2025)

1. La prima lezione è compito dei maestri

La prima lezione è compito dei maestri. 

Del maestro elementare – grande figura, oggi ingiustamente negletta – che accompagna i primi passi del fanciullo nel mondo della lettura e della scrittura. 

Del maestro di un’arte o di una tecnica che guida insieme la mano e l’intelligenza dell’allievo su di un oggetto da modellare o su di una tastiera di cui imparare i segreti. 

Del maestro di diritto, l’unico capace di mostrare, sin dalle prime parole che pronuncia, l’intreccio ed il gioco incessante di azioni e reazioni che esiste tra realtà sociale e norme. 

Rivelando che la logica giuridica è una logica “a trama storica” e spiegando come ogni regola, per quanto astratta possa apparire ad una prima lettura, sia correlata ad un bisogno sociale, ad un possibile conflitto, alla disciplina di una rete di interessi, ad un bilanciamento tra opposte esigenze. 

E’ perciò del tutto naturale che nella collana “Prime Lezioni”, nata da una brillante intuizione dell’editore Laterza, la “Prima lezione sulla giustizia penale” sia stata affidata a Glauco Giostra, professore emerito di Procedura penale della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, La Sapienza. 

Il libro di Giostra, pubblicato nel 2020, giunge oggi meritatamente alla sua seconda e nuova edizione, riveduta ed aggiornata alla luce di quanto è accaduto in un quinquennio straordinariamente denso di avvenimenti e del molto che è mutato nella sfera sensibilissima e travagliata della giustizia penale. 

Gli arricchimenti e gli aggiornamenti hanno comunque lasciato felicemente immutata la caratteristica fondamentale del libro. 

L’autore non rinuncia mai a rappresentare, nella loro complessità e nelle loro sofisticate sfumature, tutti gli interrogativi ed i complessi problemi della giurisdizione penale ma ragiona su di essi attingendo alle mille risorse della ricca, viva e colta lingua italiana. 

Il ricorso al linguaggio specialistico è perciò limitato all’assolutamente indispensabile e, nei rari casi in cui tale linguaggio è insostituibile, il lettore può disporre di un glossario (l’autore consiglia di usarlo «a mo’ di pronto soccorso terminologico») che lo informa ed orienta immediatamente, consentendogli di riprendere senza intoppi la lettura del testo.

Si avvia così, come voluto dall’autore, «un’ideale conversazione tra chi da molto tempo sta cercando di orientarsi nel complesso universo della giustizia penale e chi, per curiosità, interesse o studio intende avvicinarsi ad esso per la prima volta»[1]

Conversazione estremamente fruttuosa – e non solo per i principianti ma anche per magistrati, avvocati e studiosi di lunga data del processo penale - nella quale vengono via via affrontati e discussi tanto i temi generali della procedura quanto le ragioni giustificatrici di singoli istituti, quanto, infine, le tensioni e le contaminazioni subite dalle regole processuali a contatto con l’incandescente realtà dei reati e con la rappresentazione mediatica dei procedimenti e dei dibattimenti penali. 

 

2. L’esordio in medias res sul “giudizio” e sul “processo”

Sin dall’esordio il lettore della Prima lezione è immesso in medias res e chiamato a misurarsi con i concetti di “giudizio” e di “processo”. 

Giudicare – scrive Giostra – è compito necessario, perché la società non può lasciare privi di conseguenze comportamenti incompatibili con un’ordinata sopravvivenza, ma al tempo stesso impossibile perché non possiamo mai avere la certezza di aver conseguito la verità. 

Dalla consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza e dalla necessità di giudicare nasce l’esigenza del processo, cioè di «un itinerario cognitivo al termine del quale un soggetto artificialmente “terzo”, cui l’ordinamento affida il compito di ius dicere, perviene ad una conclusione che la collettività è disposta ad accettare come vera» (p. 4). 

Nel corso della lezione si vedrà quante condizioni debbano essere rispettate e quanti limiti osservati per giungere ad una pronuncia socialmente legittimata e quante interferenze e quanti ostacoli possano frapporsi a questa meta nello svolgersi del processo. 

Ma intanto è lanciata, con maestria espositiva, la potente e originale metafora del processo penale come «stretto ponte tibetano» tra il fatto da giudicare (e la eventuale responsabilità del soggetto cui è attribuito) e la decisione sull’esistenza del fatto (sul suo rilievo penale e sulla responsabilità dell’accusato) e sono icasticamente fissate le coordinate essenziali entro cui si eserciterà l’analisi delle questioni che il giudizio ed il processo pongono ad ogni passo. 

Da questo momento in poi la materia, tecnicamente aspra, della procedura penale verrà costantemente ricondotta, nell’esame di ogni singolo istituto, ai valori fondamentali della democrazia repubblicana, primo tra tutti la dignità della persona, nonché alle regole dettate dalla Costituzione sulla libertà e sul processo ed alle acquisizioni della moderna epistemologia.

Riconduzione illuminante perché mai astratta e declamatoria ma sempre fortemente problematica e corredata da un livello di attenzione alla realtà effettuale molto apprezzato da quanti, in diversi ruoli, operano quotidianamente nelle aule di giustizia. 

 

3. Guardare al processo da diverse altezze

La scelta dell’autore è di iniziare a guardare dall’alto – «dal drone della Costituzione» - il paesaggio normativo del rito penale per planare poi sulle strutture del processo. 

Ed è perciò dalle statuizioni della carta fondamentale che prende l’avvio l’analisi dei principi che definiscono il volto costituzionale della giustizia penale: le norme sulle libertà, le regole sul diritto di difesa, sul giudice naturale, sulla presunzione di innocenza, sulla soggezione del giudice solo alla legge, sull’obbligatorietà dell’azione penale. 

Eppure, nonostante la loro straordinaria importanza, per Giostra non sono questi principi e regole a contrassegnare l’identità del nostro processo giacché essi sono compatibili «con diversi modelli processuali», come dimostra, tra l’altro, l’esperienza storica del nostro Paese. 

E’ invece nell’art. 111 della Costituzione che vanno ricercati i connotati essenziali del nostro processo penale: il giudice «terzo» ed «imparziale»; la proclamata «parità delle parti» nel contraddire; il contraddittorio nella formazione della prova (con le relative eccezioni). 

L’eccezionale interesse della lezione di Giostra sta nel fatto che ciascuno di questi tratti del processo - innumerevoli volte enunciati e ribaditi - viene sottoposto ad un attento, rigoroso, implacabile esame che rivela quanto sia complessa e difficile la sua realizzazione. 

Così l’autore mostra come l’imparzialità del giudice – pur garantita dagli istituti della incompatibilità, dell’astensione, della ricusazione, della rimessione – resti comunque esposta a molte insidie: la pressione mediatica che accompagna i processi più clamorosi, i pregiudizi che derivano dal vissuto e dalla cultura del giudicante, la scelta del magistrato di optare in un certo periodo della sua vita per lo svolgimento di un’attività politico – istituzionale. 

Sempre nel sofisticato realismo che caratterizza la riflessione, il postulato della «parità delle parti nel contraddire» viene confrontato con l’ineliminabile asimmetria tra organo inquirente ed imputato che corre lungo tutto il procedimento ed il processo. Per giungere alla conclusione che il legislatore ordinario «non deve puntare ad una impossibile uguaglianza delle parti …. ma deve costruire un sistema in cui l’accusa e la difesa abbiano equivalenti opportunità di influire sul convincimento giudiziale, e quindi sull’esito finale del processo» (p. 69); e ciò anche attraverso «garanzie compensative» tra cui quelle indicate nell’art. 111, 3 comma, della Costituzione. 

Infine, nell’affrontare il nodo cruciale del contraddittorio si sottolinea come oralità e contestualità del confronto ne rappresentino la massima espressione e si ribadisce che la formazione della prova in contraddittorio costituisce «la scelta epistemologica che innerva di sé il processo penale» (p. 72), ma si dedica grande e giustificata attenzione anche alle “eccezioni” alla regola : la prova senza contraddittorio; il consenso dell’imputato ; l’accertata impossibilità di natura oggettiva; la condotta illecita. 

Come si vede, a dispetto del fatto che si tratti di una prima lezione, lo scandaglio dell’analisi critica è gettato molto in profondità ed è manovrato da una intelligenza intenzionata ad andare al cuore dei problemi senza essere mai accondiscendente a rappresentazioni di maniera ed a verità di comodo. 

La stessa impostazione, approfondita ed inquieta, adottata per la disamina dei connotati essenziali del modello processuale, è poi replicata nella parte del volume dedicata alle «strutture portanti» del processo. 

In essa sono ripercorsi il modulo ordinario del processo penale – con le tre fasi delle indagini preliminari, dell’udienza preliminare e del giudizio, che a sua volta può conoscere un grado di appello e un grado di cassazione - e i procedimenti speciali che, in presenza di determinati presupposti, omettono l’udienza preliminare o il dibattimento o entrambe tali fasi. 

Un lavoro prezioso che consente di orientarsi nel cammino attraverso le diverse fasi ed i diversi itinerari del processo, affrontando, senza smarrirsi, i molti bivii e passaggi tortuosi che compaiono lungo il cammino. 

 

4. Conoscenza e verità

Al termine della lettura di un libro ricchissimo di sollecitazioni un tratto resta fortemente impresso al lettore: la centralità riservata ai temi della conoscenza e della ricerca della verità nel processo. 

Il dichiarato scetticismo dell’esordio - giudicare è un compito “impossibile” perché non si potrà mai essere certi di aver raggiunto la verità – non induce alla rassegnazione ma costituisce uno stimolo potente a puntare il fuoco dell’attenzione sulle potenzialità e sui limiti del sapere ottenuto nel processo. 

Un tema, questo, al quale gli studiosi del processo penale non hanno sin qui dedicato tutta l’attenzione necessaria e sul quale Giostra scrive pagine memorabili di “problematica chiarezza”. 

Vengono infatti ricordati i «limiti epistemologici» posti dall’ordinamento a determinate fonti di conoscenza; o perché esse possono indurre all’errore (come nel caso di elementi probatori acquisiti unilateralmente dall’inquirente o dal difensore) o perché si vogliono tutelare al tempo stesso i dichiaranti (come il prossimo congiunto o il minore) e il processo da apporti di soggetti fragili o troppo emotivamente coinvolti. 

E viene coraggiosamente messo in discussione il presupposto su cui è incardinato il codice vigente - la «inalterabilità del patrimonio mnestico» (p. 50) - definito fallace perché «il ricordo è materia viva, deteriorabile, manipolabile. Talvolta, addirittura, frutto di una involontaria creazione» (p. 50). 

Con la conseguenza che lo strumento principe della conoscenza processuale, il contraddittorio, può normalmente garantire la sincerità più che la veridicità delle risposte. 

Di qui il suggerimento di «utili contromisure» tra cui la maggiore vicinanza temporale possibile del processo ai fatti oggetto del giudizio e la necessità di verificare come chi rende dichiarazioni sia stato sentito “a monte del processo”; e ciò anche grazie al maggior impiego delle videoregistrazioni non limitate ai soli interrogatori ma estese anche ad altri atti di indagine. 

Si apre, infine, il tormentato capitolo della necessaria pubblicità e trasparenza della giustizia penale e del contrasto tra i tempi del processo e «l’impazienza cognitiva» della moderna opinione pubblica, alla quale l’informazione spesso risponde in modi che esercitano su tutti gli attori del processo un’azione deformante e di ostacolo alla spassionata ricerca della verità. 

 

5. Il processo maledetto, il processo invocato

Come si vede, nell’ambiente agitato e inquieto descritto nella prima lezione sulla giustizia penale, di cui il “docente” non rinuncia ad illuminare le zone oscure e pericolose, il “discente” non riceve insegnamenti rassicuranti e formule semplificate per avvicinarsi a ciò che è complicato e controverso. 

Gli vengono invece offerti un metodo ed un gran numero di strumenti intellettuali per muoversi su di un terreno accidentato, insieme ad una piana e riflessiva risposta alla domanda se si possa ancora avere fiducia nel processo penale come mezzo per cercare e raggiungere la verità. 

Risposta ardua non solo nei regimi autoritari ma anche nelle democrazie liberali. 

Spesso nei Paesi dove esiste un processo garantito dinanzi ad un giudice indipendente si maledice il processo perché è esso stesso una pena, perché le decisioni giungono dopo troppo tempo o perché le sentenze non sono condivise. 

Ma nei Paesi nei quali vige l’arbitrio di polizia ed il processo è solo un’altra faccia del comando politico, si invoca comunque il processo come unica occasione di pubblicità e di possibilità di gridare al mondo le proprie ragioni e la propria innocenza. 

La rilettura del più celebre libro intitolato al processo – quello di Franz Kafka – ci ricorda che il vero “processo kafkiano” non è - come a volte si sente ripetere nelle aule dei nostri tribunali – un processo intricato, tortuoso, labirintico ma è un processo atteso, temuto, sperato che non si celebrerà mai perché il signor K. verrà sbrigativamente ucciso all’alba in una cava «come un cane». 

Teniamoci stretto, dunque, lo strumento imperfetto e prezioso del processo penale e dedichiamo tutte le cure possibili alla umana verità che con esso puntiamo a raggiungere. 

Come insegna Giostra «Tra le tante verità possibili quella espressa dal processo costituisce la migliore verità che una società è in grado di darsi nel rispetto dei diritti dei suoi consociati» (p. 10). 


 
[1] Glauco Giostra, Prima lezione sulla giustizia penale, Bari, Laterza, II Ed. 2025, Introduzione, p. IX

25/01/2025
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