Magistratura e società - pagina 7
La decisione di estradare Julian Assange negli Stati Uniti, seguita al vaglio della Magistratura che non ha ravvisato alcuna condizione ostativa alla consegna, è il previsto epilogo di un caso complesso che affronta il tema dei limiti alla libertà di informazione nel suo aspetto più importante, l’esposizione degli abusi dei governi per consentire l’esercizio della critica e del dissenso. È anche l’occasione per verificare i limiti alla repressione penale, quando è motivata dall’interesse dello Stato alla sua difesa e integrità, per la cui tutela si impongono vincoli di segretezza alle informazioni. Per aver diffuso documenti riservati che hanno rivelato i crimini inconfessabili della democrazia, l’azione penale contro Assange, attraverso strumenti giuridici che richiamano anche letteralmente il diritto penale del nemico, è diretta a reprimere comportamenti che sono il pane quotidiano del giornalismo, con evidenti effetti di deterrenza per iniziative che oltrepassino i limiti di compatibilità fissati dai governi. La vicenda espone anche il volto brutale di un sistema penale che non esita a ricorrere a trattamenti inumani e degradanti, nel nome di quella stessa democrazia che garantisce sempre più selettivamente i diritti proclamati come universali.
Recensione a Isole carcere. Geografia e storia, Edizioni GruppoAbele, 2022, di V. Calzolaio
La Notte bianca della pace e della legalità tenutasi a Roma presso la Corte di Cassazione sabato 28 maggio scorso è un’occasione per riflettere sul rapporto tra società civile e mondo della giustizia e sul modo in cui la percezione della magistratura è cambiata nel tempo.
Ripubblichiamo l’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino, indirizzata a giovani studenti che non aveva potuto incontrare per un disguido. Una lettera rimasta incompiuta per la strage che uccise lui e gli agenti che lo proteggevano, così come incompiuto è rimasto il prezioso lavoro per la giustizia e per Repubblica che aveva svolto sino a quel momento e che avrebbe proseguito con le doti di rigore professionale e di tenacia che ne hanno contrassegnato tutta la vita.
Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo di Vittorio Manes, esamina - con riferimenti ampi e puntuali alla casistica giudiziaria e alle dinamiche processualpenalistiche - la fenomenologia dell’infosfera giudiziaria, gli effetti (definiti perversi) della giustizia mediatica, e propone elementi di discussione su come fronteggiare una crisi a cui è bene non rassegnarsi.
Recensione a L’avvocato nel futuro (Einaudi 2022) di F. Gianaria e A. Mittone
La storia di Cloe Bianco è divenuta un tema centrale nel dibattito pubblico e collettivo di questi ultimi giorni. Quando vicende personali di questa natura entrano a far parte del discorso pubblico, e quindi anche della coscienza collettiva, può essere opportuno riflettere, secondo la prospettiva che a ognuno compete per background professionale o personale, su quella “porzione di complessità” della quale si possa dire con cognizione di causa, partecipando così alla rielaborazione collettiva del fatto. Ciò può aiutare la comunità, anche nei suoi diversi sottogruppi, a capire cosa è avvenuto e a elaborare argomenti e modalità di comprensione per accrescere e sviluppare la propria valutazione informata degli eventi. Come giuristi, riteniamo quindi di proporre le nostre considerazioni in merito alla vicenda giudiziaria che ha riguardato la prof.ssa Bianco e la sanzione disciplinare che ha ricevuto dopo essersi presentata, per la prima volta, presso l’istituto scolastico dove insegnava, esprimendo, anche con il proprio aspetto, il genere (femminile) al quale sentiva di appartenere.
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora fu arrestato con le accuse di associazione camorristica e traffico di droga. Questione Giustizia rilancia oggi un articolo del 29.6.2022 che ripercorre alcuni aspetti di quella vicenda e le posizioni assunte da Magistratura democratica napoletana e nazionale.
Nei suoi molteplici e tragici aspetti il caso Tortora ci dice “anche” che la magistratura italiana non è mai stata un monolite e che l’esistenza, nel suo seno, di scelte e pensieri diversi rappresenta il più efficace antidoto alle chiusure corporative ed all’intolleranza verso le critiche. Ripubblicare, a distanza di decenni, documenti che attestano le posizioni assunte da Md sulla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora e le veementi reazioni che suscitarono nella corporazione concorre a ristabilire la verità sulle radici lontane del garantismo dei magistrati democratici. Questa “operazione verità” è indispensabile per contrastare una vulgata ingannevole, che dura sino ad oggi, sulla natura e sulla fisionomia di questo gruppo di magistrati. Ma ciò non significa che ci siano magistrati che si possano sentire estranei rispetto a quell’errore e agli altri che si sono verificati negli anni. L’errore giudiziario è un evento che inquieta e percuote anche coloro che non l’hanno commesso perché è sempre una sorta di errore collettivo, il frutto avvelenato della disattenzione, della superficialità, dello spirito burocratico con cui si accusa e si giudica. Caduta dalle terribili conseguenze - perché si ripercuote sulla libertà, sull’onore, sulla reputazione del cittadino - che nei limiti dell’umanamente possibile può essere evitata solo essendo consapevoli della drammaticità di ogni giudizio e applicando con scrupolo e intelligenza gli strumenti di lavoro di pubblici ministeri e giudici: rigore professionale, responsabilità sociale e cultura del dubbio.
Soltanto 220 su quasi 4.000 candidati che hanno consegnato le prove scritte sono stati ammessi alla prova orale del concorso per magistrato ordinario bandito nel 2019. La causa di un esito tanto negativo, che si discosta dai dati statistici dei precedenti concorsi, è stata individuata nella generale impreparazione e non solo tecnica dei candidati.
Due magistrati che in passato sono stati componenti di commissioni esaminatrici invitano a riflettere su ulteriori possibili ragioni del risultato dell’ultimo concorso in magistratura, che porterà ad assumere un numero di magistrati di gran lunga inferiore rispetto ai 310 posti previsti nel bando, e sull’importanza che già dal prossimo concorso vengano ripristinate le “ordinarie” modalità di svolgimento delle prove e di selezione dei canditati idonei.
Ancora una recensione del saggio di L. Terrusi Onde convenne legge per fren porre. Dante e il Diritto edito da Cacucci (2022) per la collana Biblioteca di cultura giuridica diretta da Piero Curzio.
L’impegno di Valerio Onida nella formazione dei magistrati e nell’avvio della Scuola Superiore della Magistratura, di cui è stato il primo Presidente, è parte importante e feconda della sua attività di studioso e di uomo delle istituzioni. In questo scritto l’azione di Onida viene ripercorsa, unitamente a quella della Scuola, da chi ha partecipato alla fase pionieristica di una istituzione fondamentale per la magistratura.
L’indimenticabile insegnamento di un maestro, che aveva il pregio di non atteggiarsi mai a tale
La recensione al volume di Stefano Mannoni e Guido Stazi, uscito per i tipi di Editoriale Scientifica (2021)
Dopo un magistrato, Renato Rordorf, Valerio Onida è ricordato sulle pagine di Questione Giustizia da uno storico, Guido Melis. L’unione di queste voci esprime, nella forma più eloquente, l’emozione e il rimpianto per la scomparsa di un grande giurista che ha attraversato esperienze e mondi diversi, segnandoli con la sua intelligenza e con la sua umanità.
Presentazione del volume di Leonardo Terrusi, edito da Cacucci (2022) per la collana Biblioteca di cultura giuridica diretta da Piero Curzio
Recensione del volume a cura di Luca Fe’ D’Ostiani (Aracne, 2021)
A quaranta anni dall’omicidio di Pio La Torre una riflessione sulla perdurante attualità del suo impegno, dalle lotte per l’applicazione della Costituzione negli anni Cinquanta all’impegno per la pace ed alle grandi battaglie antimafia. Le grandi mobilitazioni sociali che seppe guidare e le norme di contrasto delle mafie da lui proposte restano tuttora il risultato più avanzato mai raggiunto nel processo di liberazione del Paese dalle interferenze della criminalità organizzata.
Il libro di Edmondo Bruti Liberati sulla giustizia nella società dell’informazione
Un recente volume, a carattere interdisciplinare, La Dignità del lavoro. Nel cinquantenario dello Statuto (a cura di P. Passaniti), Franco Angeli (2021), offre contributi importanti per una riflessione ricostruttiva con finalità prospettiche sul modello regolativo adottato nel 1970, sulla sua perdurante attualità e su quanto possa essere rilanciato nel mondo produttivo di oggi (e soprattutto di domani) ad altissima densità tecnologica.